Sul filo del fuorigioco di Pier Francesco Frilli                                                                                                selected works   biography   contact    news
2007 scritto critico sulla serie fotografica intitolata Offside.
Chi s'intende di calcio conosce di sicuro la regola del fuorigioco. Ma, alle volte, un piccolo ripasso potrebbe giovare a tutti. Sia agli amanti del calcio “praticato”, che chissà da quanto tempo hanno appeso le scarpette al “chiodo”,  sia agli ultras del calcio “parlato”, che non si perdono nemmeno una gazzarra intorno all'ultima moviola della Domenica Sportiva. Del resto con i tempi che corrono gli ottusi militanti della seconda lista continuano a dichiararsi cultori autorevoli della materia senza ricordarsi l'antico adagio: “val più la pratica che la grammatica!!”. Tuttavia non sono da meno i martiri solitari della prima compagnia sempre pronti a sentirsi geni incompresi, profeti della nuova avanguardia degli “ex”. Chi però non si riconosce in alcuno dei due schieramenti e che quindi non si sente né reclutato dalla milizia televisiva per fare baraonda e paroliberismo, né tantomeno eletto alla guida della nazionale per indiscutibili meriti sportivi, resta sempre più scosso e sorpreso da come il grande popolo del calcio  possa impazzire di brutto a causa di una semplice regola. Ma, in fondo, con chi escogita risposte ambigue, tesi contraddittorie, spunti per la polemica e soltanto argomenti di contestazione; con chi arriva a stimolare anche le pulsioni più violente, è davvero possibile dialogare? Si può, viste le premesse, pensare ad un nuovo spazio civile per l'interpretazione?
Un “ignorante”, nel senso letterale del termine, come chi scrive, ha l'obbligo di farsi da parte ma, prima di farlo, vorrebbe suggerire, a suo rischio e pericolo, un rimedio alla sindrome del fuorigioco. Non bisogna passare ore e ore davanti alla tv, né l'intera adolescenza sui campetti dell'oratorio per accorgersi che forse la cura migliore si trova nell'arte. Sì, avete capito bene, proprio le arti visive, il cinema, il teatro, la performance, a cui il qualunquismo dilagante imputa l'uso di sofismi indecifrabili per il puro gusto di complicare la realtà, o ancor più spesso la volontà cinica e aristocratica di rompere le scatole al pensiero positivo, al banale politically correct, possono servire ad una missione di interesse“nazional-popolare”. L'arte, come il calcio, parafrasando Jean Paul Sartre, è un' “autentica” metafora della vita ed è governata da principi, regole e significati analoghi. Ad esempio, anche il famigerato “fuorigioco” può equivalere a un meccanismo dell'arte. E allora ecco che Cristian Chironi, artista-calciatore, scioglie il paradosso racchiuso dal virgolettato scendendo in campo, entrando in scena con la rappresentazione della sua stessa vita. Chi di noi non ha mai sognato di essere almeno per un giorno un “altro da sé”, diventare un vero giocatore di calcio con tanto di divisa e calzettoni da gara, magari come gli eroi dell'infanzia il cui ricordo riempe da sempre l'esistenza quotidiana? Ma non è facile barattare l'identità abituale con un'”altra” non nostra, soprattutto quando si tratta di un sogno, di un desiderio inesaudito o di un mito irraggiungibile. A volte le mete più sospirate ci proiettano in luoghi scomparsi di cui resta soltanto una flebile eco sonora, una traccia sbiadita di cronaca nera, la poesia di un rumore naturale o una lunga, interminabile catena di ricordi emozionali. Altre volte ci mettono di fronte a persone e a fatti incompatibili con la nostra esperienza individuale, la cui memoria è unicamente frutto di un prestito,  benché per qualche ragione profonda e inconsapevole sentiamo di poterlo sempre onorare. La poetica di Chironi scatena il potere supremo dell'immaginazione e ci fa credere, anche solo per un istante, come l'illusione possa trasformarsi in realtà, come le nostre vite possano reincarnarsi nelle vite altrui, riemerse dagli abissi della storia o dai frammenti fotografici di un comunissimo album di famiglia. Eccolo entrare nello spogliatoio, buttare il borsone a terra, sedersi sulla panca, svestirsi e travestirsi come farebbe un vero calciatore nella realtà; poi eccolo avvicinarsi ai compagni, ogni volta diversi, su campi diversi, in tempi distanti; eccolo mentre ne imita le pose ufficiali, i tic, la mimica facciale come se fosse diventato uno di loro. D'ora in avanti cosa potrebbero fare tutte quelle squadre senza di lui? Chironi Cristian, maglia numero dodici, l'uomo in più che cambia le sorti di ogni incontro. L'arte annulla le resistenze dello spazio e del tempo modificando il corso degli eventi, ma proprio come una partita di calcio deve sottostare a regole precise, incancellabili. La finzione è destinata a svelare i suoi trucchi e l'attore è costretto a correre sul filo del “fuori gioco”. Sospeso sul limite dell'infrazione, avverte il rischio della sanzione incombente e, nel medesimo istante, scatta in lui, e in tutti noi partecipanti, un effetto collaterale d'impotenza, di scacco, di neutralizzazione. Anche se il fischio dell'arbitro non si farà sentire rimarrà comunque netta l'impossibilità di portare a termine l'azione, il dovere ineluttabile di girare le spalle al pubblico e uscire di scena. In questo gioco della memoria, individuale e collettiva, l'artista vivente è respinto da una barriera difensiva che lo fa altalenare fra un oggi e uno ieri, fra i tanti passati proiettati nelle fotografie e un unico, insostituibile  presente recitato sul palcoscenico. Questo senso di oscillazione perpetua tra un prima e un dopo è fatale anche nel gioco del calcio. L'attaccante, in bilico sulla linea di fuorigioco, compie mille movimenti per evitare di cadere in fallo: si sposta in diagonale, retrocede affannosamente finché può, fissa al volo il guardalinee per prevedere le conseguenze di ogni suo gesto, finché non rientra la difesa, l'unica in grado di rimetterlo in gioco; l'attaccante farebbe davvero qualsiasi cosa pur di guadagnare tempo, tranne, ovviamente, ricevere e giocare la palla oltre quel confine invisibile, pena il fallimento più grande: il gol bruciato. Ma spesso, e qui scoppia il delirio interpretativo degli “esperti”, non vi riesce. E, quando la tattica non basta più, altro non resta che ripartire da capo.