Ladri d’aura di Marcello Fois                                                                                                                         selected works   biography   contact    news
Dicono che l’attesa faccia di un’opera ciò che appare. L’attesa della luce. Dicono che proprio l’incontro tra la materia e la luce, rendano la prima corporea, perché, aggiungono, senza la luce, essa resta un’ipotesi: il legno resta albero, il marmo pietra, la creta polvere, il colore pigmento. Quindi l’arte non sarebbe null’altro che un amplesso furioso tra ciò che è stato e ciò che sarà. E l’artista un preveggente prosseneta, un ruffiano, un pappone. Un ladro.
 
Molto, molto, dipende dal risultato di questa unione e dalla sua durata. Alcune opere sono il risultato di un’attrazione violenta e passeggera; altre sono  l’esito di un menage vissuto quotidianamente, con progressivi spostamenti; altre ancora sono la risultanza di un matrimonio di interesse. Sono amori di volta in volta stabili e labili, perché luce e materia sanciscono patti difformi, discutono fra loro e si contraddicono, si amano e si odiano. Appunto.
 
Mercanti di luce offrono albe e tramonti, nel listino prezzi ci sono variazioni a seconda della quantità e della qualità. Crepuscolo, tramonto, vespro, tarda sera, sera, pomeriggio, primo pomeriggio, mezzogiorno, mattinata, alba. Per tutto un costo. Per ogni opera una luce. Quei mercanti sanno bene come si fa il proprio mestiere, sanno persuadere l’artista a ragionare con la materia, e sanno dare un nome alle cose. Marmo o creta o colore. Ecco.  
 
Ladri mascherati gli artisti avanzano felpati come felini. Loro nell’opera vedono quanto ai più risulta invisibile.  Ma solo perché hanno imparato che ogni sguardo è rubare qualcosa, una sottrazione premonitrice, l’illusione che in quello che è possa essere contenuto quello che sarà o quello che potrebbe essere. Mercanti e ladri si fronteggiano per il divertimento dello spettatore. Fingono un duello di microgesti al cospetto della materia. Folli.
 
Ha un nome persino questo vedere qualcosa che è perennemente in fieri. Ha un nome. Mercanti e ladri insieme se lo contendono è valore per gli uni, aura per gi altri. Gli artisti gatti vedono di notte. Di notte, al buio, sembrano capire la luce e carpirne la sorgente. E’ luminosità sprigionata dal sapere delle mani, dalla precisa coscienza dei gesti. E’ logica brillante di sinapsi  in fermento. Di tensioni inderogabili. Di vittorie e di sconfitte. Certo.
 
Classico è chi persiste in questa costante assorbenza. Chi sempre e per sempre si connatura di luce, fino a produrla in proprio a generare spazio senza spazio. Linea che non dipende mai dal caso, ma che apparentemente, a caso si è disposta. Solo perché chi l’ha tracciata aveva nel cuore il movimento perfetto e magari nemmeno lo sapeva. Oppure sì, l’aveva imparato col primo respiro e l’aveva ricercato fino all’ultimo. Per questo è artista. Ritenta.
 
Voglio fingermi nell’assoluto, riprodurre il contingente. Ogni linguaggio ha un suono che posso modulare. Sono un cantante ladro che interpreta una canzone altrui. Sono un esecutore che s’illude di mettere del suo nell’interpretazione, e, raramente s’accorge che sempre è l’interpretazione a possedermi. Oh sono indifeso davanti all’infinita gamma delle mie tensioni. Oggi sono ladro, perché capisco che l’artista ruba, ruba. Sempre.
 
Al Bianco di Canova non c’è rimedio. A quell’allure finitissima non c’è Pop che sappia rispondere. E’ così immensamente levigato da sembrare generato in natura e in natura sembra aver trovato la sua luce. Qualunque mercante pensasse di avere a che fare con Antonio può mettersi l’anima in pace, perché Antonio ha una luce propria, ha un’energia talmente incommensurabile, da scoraggiare qualunque possibile trattativa. Non ha prezzo. Mai.
 
Nel sacro dei templi faccio incetta di simboli. Rubo e ancora rubo. Contravvengo a ogni regola pensando di disobbedire per poi arrivare a dirmi che non è disobbedienza la ricerca di un senso. Sono nero come buio abitato, come un eroe vagheggiato. Nero come un gatto che è meglio non attraversi la strada, come l’ombra della metafora più trita. Sono nero quasi cercassi di ripetere una magia di intenti, un’infanzia di piccoli albi illustrati. Chine.
 
Raggelato nel gesto non sono ombra ma disegno. Perché ho un disegno preciso in me: di imitare quanto sarebbe segreto. Di svelare quanto sarebbe velato. Di capire, quanto capisco di non poter mai capire. Eppure sono temerario, non posso resistere a tentare e rischiare di sapere. Tanto da ridurmi da uomo ad artista. Sono una macchia che incombe nella perfezione intangibile del bianco assoluto. Proprio come quello che fa i baffi alla Gioconda. Dada.
 
Non voglio scusanti: ladro e delinquente, di forma e sostanza di buio e luce. Così si fa: Smack. Così si fa. Dico alla mia donna che entro sera avrà con se quanto sembra impossibile possedere, perché io, che non ho regole, sono un pezzo da galera e allungo le mani contro ogni perfezione, anche solo per sperimentarne la caducità. Per dimostrare al mondo che l’arte può consistere in un atto che è semplicemente se stesso. Autogenerato.
 
Bastardo. Senza padre. Dopo che l’ho percepito, concepito, eseguito, lui mi abbandona. Non vuole riconoscermi e mi lascia al mio destino. Sono povero di senso per questo devo sporcarmi con ciò che è stato e so che se voglio rapportarmi al nuovo devo farlo a partire da un passato. Antonio l’ha fatto e forse come lui nessun altro. Per questo allungo le mani verso quel candore. Contro, a favore. Lacerato, ma con tensione ingenua. Bambino.
 
Eppure si finge. Niente, di quel che accade, accade. E’ un inganno per menti fini. Gioco di concetti neanche troppo criptici. Ma fidarsi di tanta semplicità può voler dire cadere nella trappola. Che la semplicità in arte è quanto di più complesso si possa concepire, mentre la complicazione è semplice da fare, facilissima da riprodurre, comoda da servire a spettatori che dall’arte non si aspettano nulla. Si finge, dico il vero: contraddizione. Anche.
 
Che cosa rubo infine? Saperlo sarebbe già gran cosa. Ma coscienza e artista sono come marmo e scalpello, si confrontano per sottrazione, per scarnificazione. Se quello ruba ecco che l’altra insiste col restituire. E dunque col mettersi in condizione di passare da ladro a derubato. Da bianco a nero da nero a bianco. Così disperatamente si cerca di comprendere, ma quando si comprende è sempre troppo tardi, perché si vorrebbe indietreggiare. Incosciente.
 
Sono il mio eroe, produco e consumo. Al mio tempo voglio contrapporre l’immenso. Ladro d’aura perché non sopporto di vedere santità altrui e voglio bestemmiare contro ogni sacralità, sono giovane e inesperto, ma ho qualche millennio di Storia a cui fare riferimento. Non mi si prenda in giro, non mi si meni per il naso. Quando rubo sono una macchina del sogno e mimo solamente l’infinito permanente. Sono terribilmente affamato. Iconoclasta.
 
 
(Marcello per Cristian)
 
2009 Ladri d’aura, Marcello Fois, scritto pubblicato nel catalogo Ferrara Contemporanea, Art Fall 09, catalogo della rassegna, Ferrara, cofanetto di numero 8 fascicoli; in DK, p. 8-9, 10.