• Broken English


    The title of the exhibition at MAN is “ Broken English ,” a term that refers to uncertain variants of the English language, ill-structured terminologies coined mostly by non-native speakers. In the project, these variants are transformed from simple linguistic elements into images, objects, sounds, videos, texts, installations and actions articulated within a multidisciplinary exhibition integrating linguistic issues (communications, contamination, dis-identity) with socio-economic ones. The project stems from some fundamental questions: Is a society with several languages and different forms of expression stronger and richer than a society with only one? Is there a possibility for the existence of a single world language, a single world market, or a single world currency? In addition to the identification of a series of significant linguistic episodes, the MAN exhibition reinterprets an important figure in 19th century Sardinian history, Welsh engineer Benjamin Piercy, who built the island’s first railway line. He lived for many years in Sardinia, where he came to own a number of estates, including Villa Piercy where he lived with his family surrounded by a magnificent park in the heart of Sardinia. Along with native species, specimens with more exotic origins still exist in the park: the greek fir, Caucasus fir, the Spanish fir, Himalayan cedar. In addition to plants, Piercy also imported animals to improve the local breeds of pig, sheep and goats, creating new and more resistant and profitable animals from these cross fertilizations. In the project, Piercy’s story is significant for its ability to trigger virtuous processes of creation of new identities born from the encounter between English and Sardinian characteristics, customs and knowledge. The underlying thesis is that not in purity, but in interweaving and encounter – of cultures, languages, custom, crafts, technical skills – can the seeds of life be reaped and their potential developed.

    The exhibition

    1. Sign language replaces spoken word. We can say anything we want to without opening our mouths.

    2. A distortion game with accents on the word international.

    3. Inside an apartment: a pile of carpets of various patterns and textiles; a table piled with a selection of vinyl tablecloths, prints ranging from from marine themes to olive trees.

    4. Movement and noise of silent animals revive an antique English sofa, with an arm wrapped in goat skin and the picture of a six legged horse on the wall.

    5. The dressing ceremony overlaps and submits to the spoken word in a confusion of tongues, like scarves of a different pattern, fabric and origin that hang on the same rack.

    6. A hand-carved book on parrots. Scraps from a book on succulents glued together in a plexiglass case and ordered by page number. A Babel tower of china teacups and saucers. Two or more pages folded with marvelling assonance, like landscapes melting together: Here! This is my nation!

    7. Oxytones bouncing back and forth in a game of ping pong. Assembled in a collage of newspaper headlines (from: The Times, The Sunday Times, The Financial Times, The New York Times), a fresco of a competitive business-run society. “One way” says a sign pockmarked with bullet holes. A fox hunt that reflects the condition of our times. A vase full of prickly pears from Ottana is sitting on an English shelf (p.s. olives are good and you can taste them!). A stack of English plates and incomplete china sets opens up like a like a corolla of a multicoloured flower.

    8. Compound words fitted out like a Merzbau cabinet. Pizza boxes of various design and origin transmit phone calls in broken English to pizza joints in Sardinia, Emilia and other parts of Italy. A piggy bank positioned atop The Financial Times is waiting for its coins. A quote by Florence Piercy, Benjamin’s third daughter, carved upon it: “I am not poor. I do not want two pennies. If you cannot give me a franc, then give me nothing at all”. (Personal interpretation of the current economic landscape).

    9. If something is unknown, it cannot be exhibited. And indeed, it’s not there.

    10. A google translation turns a weather forecast into a spell. An umbrella adorned with a dog- shaped handle made of bone yelps in different languages. Each spoken language corresponds to a different writing.

    11. A non-grammatical language describes the vision of an imaginary landscape. The notes of Brian Eno’s song By This River (A tribute to Marino Formenti) accompany the performance, while De Do Do Do De Da Da Da by The Police – as a symbol of an artificial language – taints the whole exhibition.

    12. The simplified Globish (global English) version of Hamlet at the Global Theatre of High Finance.

    13. Two upside-down English chairs support a glass top kept in balance by a page from a dictionary. The page contains the word: murder. Who killed English? The global village did.

    14. A (shortened and incorrect) greeting closes the exhibition. The audience leaves the room with the exhibition program in their hands. By connecting the first letters of each word, the riddle is solved: Fuck the English (the wait for pizza delivery breaks the consequentiality of the landscapes).

    “Broken English” è il titolo della mostra al Museo MAN. Il termine indica le varianti incerte della lingua inglese, terminologie mal strutturate perlopiù coniate da soggetti non di madrelingua. Varianti che, all’interno del progetto, da semplici elementi del linguaggio diventano immagini, oggetti, suoni, video, installazioni declinate in un percorso espositivo multidisciplinare che integra problematiche linguistiche (comunicazione, contaminazione, dis-identità) con quesiti di carattere socio-economico. Il progetto scaturisce dall’emersione di alcune domande fondamentali: Una società che possiede diverse lingue, dunque diverse forme di espressione, è più o meno forte, più o meno ricca, di una società che ne possiede una soltanto?  È ipotizzabile l’esistenza al mondo di una sola lingua, di un solo mercato, di una sola moneta? Oltre che dall’individuazione di una serie di episodi linguistici significativi, l’esposizione al Man muove dalla rilettura di una figura importante per la Sardegna del XIX secolo: l’ingegnere gallese Benjamin Piercy, a cui si deve la prima linea ferroviaria dell’isola. Piercy visse a lungo in Sardegna arrivando a possedere varie tenute, tra cui Villa Piercy, immersa in un magnifico parco all’inglese. Nel parco, insieme a specie autoctone, vivono ancora oggi piante di diversa provenienza: l’abete greco, l’abete del Caucaso, il cedro dell’Himalaya. Assieme a queste specie d’importazione rimangono, all’interno del parco, altri elementi tipici della flora locale; che fanno della località Badde e Salighes (NU) un tappeto naturale di magnifica convivenza. Oltre alle piante, Piercy importò dall’estero anche animali per migliorare le razze suina, ovina e caprina locale. Piercy rappresenta un raro esempio di imprenditorialità moderna e di apertura culturale nella Sardegna della seconda metà dell’Ottocento. Nel quadro del progetto, la vicenda di Piercy assume importanza per la sua capacità di innescare processi virtuosi di creazione di nuovi soggetti identitari, nati dall’incontro tra caratteristiche, usanze e conoscenze inglesi e sarde. A fare da sfondo l’idea che non nella purezza, bensì nell’intreccio, nell’incontro – di culture, di lingue, di usanze, di mestieri, di tecniche – si possano cogliere i semi della vita e sviluppare i potenziali.

    La performance e gli step 

    Al piano terra del museo è presentato un video che documenta la live performance eseguita il giorno dell’inaugurazione. La perfomance si sviluppa in 14 step, ognuno dei quali è legato a una o più opere in mostra al secondo piano. Tali legami sono evidenziati nel foglio di sala, che è strumento fondamentale nella visita della mostra. Gli step definiscono una potenziale relazione tra parola, immagine e azione. Nel corso della performance una voce off fa da rimando tra i paragrafi numerati e la scena. In mostra la voce è sostituita dall’opera stessa.

    La mostra

    1.Il linguaggio dei gesti si sostituisce al parlato: si è in grado di dire tutto senza aprire bocca.

    2.Un gioco deformante con gli accenti della parola “international”.

    3.L’interno di un appartamento: accumuli di tappeti diversi per tipologia e funzione, di tessuti di varie provenienze, di tovaglie di plastica disposte su un tavolo, con una scansione di fantasie che va dal mare agli olivi delle campagne.

    4.La mimica del live e i versi degli animali silenti rivivono in un divano inglese con il bracciolo rivestito di pelle di pecora e nell’immagine di un cavallo a sei zampe.

    5.Una vestizione che si sovrappone e si sottomette al parlato nella confusione di diverse culture linguistiche; come i foulard sull’appendiabiti, differenti per tessuto, lavorazione e provenienza.

    6.Un libro sui pappagalli intagliato a mano, in cui le pagine dialogano frontalmente l’una con l’altra. I ritagli asportati dal libro “Piante grasse” innestati e posti dentro una teca in plexiglass, che li conserva seguendo la numerazione delle pagine da cui sono stati prelevati. Una torre di Babele composta da un insieme eterogeneo di tazze e sottotazze da Tè in porcellana. Due o più pagine di un libro trovano nella semplicità di una piega la meraviglia di nuove assonanze, come due paesaggi che si incontrano: Here! This is my nation.

    7.Parole tronche, che nella performance rimbalzano come in una partita a ping pong, rivivono in un collage realizzato con alcune prime pagine di giornale (The Times, The Sunday Times, The Financial Times, The New York Times), affresco di una società retta sul business e sulla competizione. Una sola via, come indica il cartello segnaletico forato dai proiettili. Una caccia alla volpe, che riflette e fa riflettere sulla condizione del nostro tempo. Un’alzata inglese che sorregge un vaso contenente un fico d’india delle campagne “ottanesi” (p.s. le olive sono buone e puoi assaggiarle). Piatti inglesi sovrapposti, avanzi di set ormai incompleti, formano una corolla multicolore.

    8.Parole composte che si accumulano come in un merzbau. Cartoni di pizza, diversi per grafica e provenienza, trasmettono conversazioni telefoniche in un inglese stentato con gestori sardi, emiliani e di altre parti d’Italia. Sul Finacial Times rimane in attesa delle monete un salvadanaio con incisa una frase ricavata dal diario di Florence Piercy, terzogenita di Benjamin: “Non sono povero. Non voglio due penny. Se non può darmi un franco, non mi dia nulla” (personale interpretazione dell’attuale panorama economico).

    9.Se qualcosa è sconosciuto (unknown) non puoi trovarlo in mostra (e infatti non c’è).

    10.Una traduzione “by google” trasforma un bollettino meteo in un incantesimo. Un ombrello con manico in osso presenta modi diversi di comunicare il verso del cane in vari paesi del mondo, a cui rimandano anche le diverse calligrafie.

    11.Una lingua sgrammaticata descrive la visione di un paesaggio immaginario.  Le note di By This River di Brian Eno (omaggio a Marino Formenti) accompagnano il live, mentre il brano “De Do Do Do De Da Da Da” dei Police, emblema di una lingua inventata, contamina tutta la mostra.

    12.La revisione in Globish (global english) dell’Hamlet di Shakespeare portato in versione semplificata nel Globe Theatre dell’alta finanza.

    13.Due sedie inglesi ribaltate reggono un piano di vetro tenuto in asse da una pagina di vocabolario. La pagina contiene la definizione della parola omicidio. “Chi ha ucciso l’inglese? Il villaggio globale”.

    14.La mostra si chiude con un saluto (abbreviato e scorretto). Si esce dalle sale con in mano il foglio di sala. Unendo la prima lettera di ogni parola scritta si ottiene la soluzione al rebus: fuck the english (aspettando un pony-express che consegni la pizza, rompendo la consequenzialità dei passaggi).